Questionario sulle intimidazioni

Care colleghe e cari colleghi,

Il Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti della Sardegna vi invita a rispondere a un questionario anonimo sulle intimidazioni subite nell’attività di informazione. Lo trovate a questo link:

Questionario

Il recente attentato a Sigfrido Ranucci ha indotto l’Ordine dei giornalisti nazionale a organizzare una manifestazione a tutela della libertà d’informazione, che si terrà a Roma il 3 febbraio. Il giorno prima, lunedì 2, analoghe iniziative si terranno in tutte le regioni. L’Ordine dei giornalisti della Sardegna ritiene necessario occuparsi, nella maniera più concreta possibile, dei tanti “Ranucci invisibili”: colleghi e colleghe che subiscono intimidazioni meno vistose, ma spesso pesanti e subdole. Ancora più gravi quando colpiscono chi ha meno tutele. Abbiamo chiesto, a un collega che ci aveva raccontato alcuni episodi di questo genere, di sintetizzarli nella lettera che vi alleghiamo, senza ovviamente rivelare il nome del mittente: è solo un esempio di quello che succede a tanti e tante di noi, e che spesso neppure viene denunciato. Ve la inoltriamo perché ciascuno possa chiedersi: a me è mai successo qualcosa di simile?

Il questionario predisposto dal Consiglio regionale dell’Ordine (e che, ripetiamo, non registra l’identità di chi lo compila) ci aiuterà a farci un’idea dell’ampiezza del fenomeno, e valutare come intervenire. Bastano meno di cinque minuti per lasciarci un’indicazione preziosa sulle difficoltà che i giornalisti sardi affrontano quotidianamente. Le risposte saranno raccolte fino al 25 gennaio e i risultati illustrati nella manifestazione del 2 febbraio a Cagliari. Vi invitiamo perciò a rispondere al questionario, che vuole essere un primo passo, da parte nostra, per cercare di stare più vicini alle colleghe e ai colleghi più esposti nella difficile trincea delle informazione.

 

LETTERA DI UN COLLEGA

Parafrasando Fabrizio De Andrè mi capita spesso di dire agli amici che “la vita da giornalista precario è forse la peggiore che una persona possa augurarsi”. Ho superato i 40 anni e da molto tempo faccio il giornalista a livello locale. Copro un territorio, raccolgo e diffondo notizie riguardanti eventi locali, cronaca di tutti i colori, sport, politica. All’inizio l’entusiasmo era talmente grande che avrei lavorato anche gratis. E infatti è quella la fregatura: sono passati gli anni e mi sono accorto di non aver lavorato completamente gratis (c’è mancato poco!), ma di aver comunque sacrificato – per un malinteso senso di passione per questo mestiere – un periodo lunghissimo della mia vita (gli anni migliori, forse) a un sistema che svilisce il mio lavoro.

E nell’assenza pressoché totale di garanzie, le pressioni di certo non mancano e sono pesanti, anche quando non ti fanno saltare in aria la macchina. Ci sono state anche minacce, alcune volte. A un funerale per una vittima di omicidio mi era stato intimato di non scattare fotografie: scattai lo stesso, ovviamente. Con il telefonino, cercando di non farmi notare troppo. Un’altra volta in un bar sono stato circondato da alcuni allevatori che si erano offesi per un articolo sulla peste suina (dicevano di essere stati danneggiati): l’intervento diplomatico di alcuni amici, loro compaesani, evitò il peggio. Alcuni episodi a raccontarli ora sembrano più comici che drammatici: come quella volta che, insieme al fotografo mandato dal giornale per seguire un evento in chiesa, siamo stati aggrediti fisicamente da alcune parrocchiane inferocite a causa di vecchi servizi con protagonista il parroco del paese.

Minacce telefoniche, diverse. Alcune esplicite, altre più sottili. Queste ultime sono forse le più sgradevoli: “Conosco il tuo direttore/Conosco il tuo editore”. Qui tutti sanno tutto di tutti: “Quanto ti danno per questo articolo? 10 euro? Te ne do 50 se non lo fai uscire”. Non ricordo di preciso se le cifre erano quelle, ma questa frase due o tre volte me la sono sentita dire. Poi ci sono le pressioni degli amministratori locali, non tutti estimatori sinceri della libertà d’informazione e di critica. Una volta il sindaco di un piccolo centro mi dedicò sul suo profilo Facebook un post carico di fiele e falsità capace di scatenare parecchi commenti, alcuni contenevano gravi minacce. Un suo concittadino mi suggeriva di impiccarmi.

Capita a volte di essere così presi dalla frenesia scatenata da questo diabolico meccanismo del cercare notizie e scrivere articoli (devi essere sempre connesso e reperibile, non sono ammesse pause o distrazioni), da trascurare noi stessi la gravità di episodi di questo tipo. A me è successo tante volte. A volte ti senti solo, a volte sei davvero solo. Alle pressioni ambientali, vanno aggiunte infatti quelle dei referenti della testata. Il giornalista precario non ha un contratto, non ha ferie, né malattia. Viene pagato pochi euro a pezzo e si deve fare carico di tutte le spese: benzina, telefonia, internet. La giornata del giornalista precario non ha orari. Il telefono è sempre acceso. La telefonata può arrivare a qualsiasi ora: “Puoi coprire questa cosa?”, “Serve un pezzo entro un’ora”, “Quel tuo articolo slitta a domani, ma devi trovarmi altre 50 righe dalla tua zona”. Dire di no è estremamente complicato, se non impossibile. Ogni pezzo è una estenuante piccola e feroce battaglia contro il tempo, lo stress, l’ansia, la preoccupazione e il logoramento costante.

Perché, dicevo, il meccanismo è diabolico: è un sistema che sopravvive e si alimenta grazie alla passione e alla paura di chi non può permettersi di smettere. E allora passi sopra anche a minacce e intimidazioni: ma le ferite ti restano dentro.

LETTERA FIRMATA

 

Cogliamo l’occasione per rivolgere a tutte e tutti voi i migliori auguri per un buon 2026.

Il Consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti della Sardegna