Care colleghe e cari colleghi,
vi rinnoviamo l’invito a partecipare all’indagine sulle intimidazioni che l’Ordine dei giornalisti della Sardegna ha avviato con il questionario qui di seguito:
Il questionario, totalmente anonimo, sarà l’occasione per acquisire una migliore conoscenza del fenomeno, e dei tanti tipi di pressione che subiscono i nostri colleghi, spesso i meno tutelati. È possibile rispondere fino al 25 gennaio: già in molti l’hanno compilato, ma quanto più larga sarà la platea dei partecipanti, tanto più accurata diverrà la fotografia della situazione.
I risultati, insieme alle eventuali proposte di intervento per stare accanto ai giornalisti sardi vittime di intimidazioni, saranno resi noti lunedì 2 febbraio durante un’iniziativa organizzata dall’Odg Sardegna insieme all’Associazione della stampa sarda (alle 10.30 nella sala conferenze della sede di via Barone Rossi 29), a cui sono stati invitati i parlamentari isolani e altre autorità politiche e istituzionali. Il giorno dopo, a Roma, si terrà la manifestazione organizzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti a tutela della libertà di informazione, e nata come risposta all’attentato contro il giornalista di Raitre Sigfrido Ranucci. L’incontro del 2 febbraio a Cagliari sarà invece dedicato a quelli che abbiamo chiamato i “Ranucci invisibili”: colleghi e colleghe che subiscono intimidazioni meno vistose, ma spesso pesanti e subdole. Per questa ragione vi riproponiamo di seguito la lettera in cui un “collega ignoto” (ma reale ed esistente) ci ha raccontato la sua esperienza in tal senso: è il simbolo di quello che succede a tanti e tante di noi, e che spesso neppure viene denunciato.
Tutti i giornalisti della Sardegna sono invitati a rispondere al questionario, e a partecipare all’iniziativa del 2 febbraio.
Rinnovando gli auguri per un buon 2026, porgiamo a tutte e tutti voi i nostri più cordiali saluti.
Il Consiglio regionale
dell’Ordine dei giornalisti
della Sardegna
LETTERA DI UN COLLEGA
Parafrasando Fabrizio De Andrè mi capita spesso di dire agli amici che “la vita da giornalista precario è forse la peggiore che una persona possa augurarsi”. Ho superato i 40 anni e da molto tempo faccio il giornalista a livello locale. Copro un territorio, raccolgo e diffondo notizie riguardanti eventi locali, cronaca di tutti i colori, sport, politica. All’inizio l’entusiasmo era talmente grande che avrei lavorato anche gratis. E infatti è quella la fregatura: sono passati gli anni e mi sono accorto di non aver lavorato completamente gratis (c’è mancato poco!), ma di aver comunque sacrificato – per un malinteso senso di passione per questo mestiere – un periodo lunghissimo della mia vita (gli anni migliori, forse) a un sistema che svilisce il mio lavoro.
E nell’assenza pressoché totale di garanzie, le pressioni di certo non mancano e sono pesanti, anche quando non ti fanno saltare in aria la macchina. Ci sono state anche minacce, alcune volte. A un funerale per una vittima di omicidio mi era stato intimato di non scattare fotografie: scattai lo stesso, ovviamente. Con il telefonino, cercando di non farmi notare troppo. Un’altra volta in un bar sono stato circondato da alcuni allevatori che si erano offesi per un articolo sulla peste suina (dicevano di essere stati danneggiati): l’intervento diplomatico di alcuni amici, loro compaesani, evitò il peggio. Alcuni episodi a raccontarli ora sembrano più comici che drammatici: come quella volta che, insieme al fotografo mandato dal giornale per seguire un evento in chiesa, siamo stati aggrediti fisicamente da alcune parrocchiane inferocite a causa di vecchi servizi con protagonista il parroco del paese.
Minacce telefoniche, diverse. Alcune esplicite, altre più sottili. Queste ultime sono forse le più sgradevoli: “Conosco il tuo direttore/Conosco il tuo editore”. Qui tutti sanno tutto di tutti: “Quanto ti danno per questo articolo? 10 euro? Te ne do 50 se non lo fai uscire”. Non ricordo di preciso se le cifre erano quelle, ma questa frase due o tre volte me la sono sentita dire. Poi ci sono le pressioni degli amministratori locali, non tutti estimatori sinceri della libertà d’informazione e di critica. Una volta il sindaco di un piccolo centro mi dedicò sul suo profilo Facebook un post carico di fiele e falsità capace di scatenare parecchi commenti, alcuni contenevano gravi minacce. Un suo concittadino mi suggeriva di impiccarmi.
Capita a volte di essere così presi dalla frenesia scatenata da questo diabolico meccanismo del cercare notizie e scrivere articoli (devi essere sempre connesso e reperibile, non sono ammesse pause o distrazioni), da trascurare noi stessi la gravità di episodi di questo tipo. A me è successo tante volte. A volte ti senti solo, a volte sei davvero solo. Alle pressioni ambientali, vanno aggiunte infatti quelle dei referenti della testata. Il giornalista precario non ha un contratto, non ha ferie, né malattia. Viene pagato pochi euro a pezzo e si deve fare carico di tutte le spese: benzina, telefonia, internet. La giornata del giornalista precario non ha orari. Il telefono è sempre acceso. La telefonata può arrivare a qualsiasi ora: “Puoi coprire questa cosa?”, “Serve un pezzo entro un’ora”, “Quel tuo articolo slitta a domani, ma devi trovarmi altre 50 righe dalla tua zona”. Dire di no è estremamente complicato, se non impossibile. Ogni pezzo è una estenuante piccola e feroce battaglia contro il tempo, lo stress, l’ansia, la preoccupazione e il logoramento costante.
Perché, dicevo, il meccanismo è diabolico: è un sistema che sopravvive e si alimenta grazie alla passione e alla paura di chi non può permettersi di smettere. E allora passi sopra anche a minacce e intimidazioni: ma le ferite ti restano dentro.
LETTERA FIRMATA
